The Rehearsal: la serie più assurda degli ultimi anni

The Rehearsal è uno degli esperimenti artistici più interessanti degli ultimi tempi. Ideata dal comico canadese Nathan Fielder, la serie mostra i tentativi di quest’ultimo di aiutare diverse persone, incluso sé stesso, a superare situazioni di vita scomode e difficili attraverso una meticolosa preparazione recitativa in un contesto sicuro. Le persone coinvolte nelle sperimentazioni di Fielder mettono in scena preliminarmente con degli attori le conversazioni che devono fare con persone reali, sfruttando i setting teatrali appositamente costruiti dalla troupe. L’idea è che, tramite l’esercizio recitativo in un contesto di finzione scenica, le persone trovino il coraggio di affrontare il loro turbamento quando arriverà il fatidico momento reale.
Un reality sui reality
Fielder interpreta in ogni suo lavoro un personaggio estremamente impacciato e ansioso socialmente, con la tendenza a voler controllare ogni situazione in maniera ossessiva per non sentirsi ulteriormente spaesato nel tentativo di sviluppare le sue bizzarre ma affascinanti idee. Non si capisce mai quanto del suo personaggio sia recitato o corrisponda effettivamente al suo carattere, magari estremizzato per fare autoironia e raggiungere al contempo una certa dose di catarsi auto-affermativa. Questa ambiguità è volutamente lasciata irrisolta da Fielder per accrescere il senso di straniamento e l’umorismo cringe che contraddistingue le sue opere.

La serie raggiunge livelli di assurdità sempre crescenti, con l’aumentare della confusione tra il piano della realtà e quello della finzione. Nel corso delle “prove” (che fanno da titolo alla serie) si aggiungono infatti diversi strati narrativi, al punto che si creano anche prove nelle prove, e prove nelle prove nelle prove, e così via fino a raggiungere livelli elevati di ricorsività: espediente che in narratologia viene chiamato mise en abyme. Si tratta di una narrazione tipicamente postmoderna, poiché volta a decostruire ogni tipo di stilema narrativo tradizionale; il bersaglio specifico, di questa e delle altre serie di Fielder, è principalmente il genere documentaristico e dei reality show, quindi in definitiva il fenomeno dei docu-reality (in Italia i più noti sono i programmi del canale tv Real Time).
Ma questa operazione non ha l’intento finale di costruire un nuovo linguaggio artistico a sostituzione dei canoni del passato, come avviene nel modernismo avanguardistico. Al contrario, lo scopo ultimo è quello di riprendere la tradizione dei docu-reality per interrogarsi criticamente sulla struttura, sulle possibilità estetiche e sulle implicazioni anche etiche che questi programmi hanno. Le serie di Fielder arrivano però a una conclusione aporetica, in cui non si crea nulla di costruttivo e ci si limita a lanciare al pubblico dei continui dilemmi senza una chiara risposta, aderendo così a pieno titolo alla poetica postmoderna. La serie si ispira ampiamente a film come Grand Budapest Hotel e Synecdoche, New York: dal primo riprende la struttura ricorsiva e formalmente curata all’estremo, tipica di tutti i film del Wes Anderson maturo; dal secondo riprende la tematica specifica inerente alla costruzione di un mondo narrativo che ricalca quello reale fino a sovrapporvisi.
L'ontologia dei reality
Questa idea richiama espressamente il concetto di iperrealtà teorizzato dal filosofo postmoderno Jean Baudrillard. Fielder crea continuamente nuovi piani narrativi, e quindi simbologici (simulacri della realtà ontologica primaria), anche in senso letterale attraverso la costruzione di ambienti scenici che rispecchiano il mondo reale in maniera iper-dettagliata. Questi piani hanno regole diverse che strutturano in maniera inedita il modo in cui le persone interagiscono, nel senso che la finzione permette loro di essere più schietti e liberi di essere sé stessi, senza temere le conseguenze della conversazione reale. Ma con il gioco continuo di aggiunta di piani narrativi, la distinzione tra realtà primaria e realtà secondarie da essa discendenti diventa sempre più confusa e viene a mancare il senso di confine tra le parti, dando vita a nuovi tipi di realtà, appunto definibili come iperreali, che diventano più autentici di quella originale.

L’esempio più concreto è quello di Fielder che si sottopone alla sua stessa prova di simulazione di vita genitoriale, insieme a una donna sconosciuta che voleva prepararsi a essere madre, con la quale interpreta il ruolo di padre nei confronti di attori bambini che cambiano continuamente per rispecchiare le diverse età nello sviluppo del figlio. Le persone coinvolte in questa prova – che rimane la narrazione di base dell’intera prima stagione – si calano così tanto nel ruolo da generare l’illusione che i loro sentimenti reciproci stiano seriamente cambiando; inoltre, per favorire la verosimiglianza dello scorrimento temporale, Fielder adotta misure sempre più assurde che mirano ad annullare il più possibile la percezione di stare recitando.
La critica postmoderna
E proprio tramite questa storyline, Fielder riesce quindi a portare alla luce le problematicità del genere docu-reality come la mercificazione e la spettacolarizzazione dell’amore e della vita privata delle persone coinvolte, nonché lo sfruttamento degli attori bambini. In generale, viene implicitamente criticata la tendenza di questi programmi a sacrificare il buonsenso e l’etica pur di fare ascolti, tramite la proposizione di contenuti il più possibile scandalosi, anche manipolati in tal senso dai produttori. Pensiamo alla piaga funesta del Grande Fratello, che non ci prova neanche a nascondere questa vena mercificante e anzi espone orgogliosamente un nome ripreso dal grandissimo romanzo distopico di Orwell che si rifà a un meccanismo di controllo totalitario della società.

Come anticipato, Fielder non dà risposte ma mostra, e quindi smaschera, tali meccanismi: la più importante riflessione è forse quella finale sui rischi per gli attori bambini, che ancora non distinguono correttamente i diversi piani di realtà, di immergersi troppo nella finzione scenica e confonderla con la loro vera vita. Con la seconda stagione l’ambizione aumenta, poiché Fielder imbastisce un grande esperimento sociale per affinare le capacità dei piloti di aerei di sventare disastri letali tramite un miglioramento delle loro abilità conversazionali (usando il mezzo delle “prove”), portando avanti la tesi secondo cui molti incidenti si generano a partire da una componente emotiva: l’arrendevolezza del copilota nei confronti del pilota, per timore di perdere la posizione qualora scavalcasse i suoi ordini anche in caso di evidente pericolo.
La metafora psicologica
In definitiva, la serie si qualifica come l’operazione artistica più audace di Nathan Fielder, nel momento in cui riesce a gestire diversi livelli di significato (estetico, etico, psicologico e sociologico) mantenendo intatta la sua comicità surreale. Bisogna notare come, al di là della crescente assurdità delle prove messe in atto, queste riprendono almeno in parte degli effettivi esercizi psicoterapeutici di sblocco emotivo e di elaborazione dei conflitti come le tecniche del chairwork. La più nota è la tecnica della sedia vuota, in cui, posti di fronte alla sedia vuota, si immagina di dialogare con una persona della propria vita circa un turbamento di qualsiasi tipo, in presenza del terapeuta che monitora l’esternalizzazione emotiva.
Il modus operandi di Nathan Fielder è stato inoltre riconosciuto da molti spettatori come un'eccelsa metafora psicologica dell'overthinking, in quanto può essere concepito come una rappresentazione di quella spirale di ruminazione e ossessività nel cercare di controllare ogni aspetto delle proprie interazioni sociali per la paura di sbagliare le proprie parole o i propri comportamenti di fronte all'altro. La meticolosità con cui Nathan cerca di prevedere ogni possibile esito delle conversazioni messe in atto richiama quella costante auto-osservazione critica presente in condizioni come il disturbo d'ansia sociale o l'autismo.

Non a caso, nel corso della serie si costruisce anche una narrativa intorno all'autismo dopo che Nathan scopre di avere avuto un riscontro positivo da parte della comunità neurodivergente, che ha riconosciuto nel metodo Fielder una spiegazione accurata del masking sociale. Quest'ultimo è il fenomeno inconscio tale per cui le persone autistiche cercano di adattarsi continuamente al mondo circostante arrivando a replicare i comportamenti delle altre persone e mascherando i propri tratti considerati divergenti dalla norma: si tratta del modo con cui chi è nello spettro, sentendosi diverso dalla maggioranza, cerca di apparire adeguato nei contesti sociali, che generano ansia perché non sempre vissuti come naturali. Il costo mentale di questa operazione è però quello di reprimere la propria autenticità andando incontro, alla lunga, a fenomeni come il burnout autistico. La serie riesce così a sensibilizzare su un ulteriore tema sociale di grande rilevanza e non ancora del tutto compreso.
